OBESITA’ PSICOGENA

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la sovralimentazione ha raggiunto proporzioni epidemiche a livello mondiale, più di 1,6 miliardi di individui sono in sovrappeso e 400 milioni sono clinicamente obesi, mentre 20 milioni di bambini sotto i cinque anni hanno un peso eccessivo per la loro età.

In Italia i dati non sono allarmanti come in America e negli altri Paesi europei, l’Italia i colloca nella parte più bassa della graduatoria, ma più di un terzo della popolazione adulta (il 34,2%) è in sovrappeso e quasi un italiano su dieci (il 9,8%) è obeso. In passato il fenomeno riguardava solo i paesi ricchi, ma oggi l’ obesità è cresciuta intensamente anche nelle regioni meno prospere del pianeta.

La causa principale dell’eccesso di peso e dell’obesità è lo squilibrio energetico tra le calorie assunte giornalmente e quelle bruciate attraverso il metabolismo e l’attività fisica (scorrette abitudini alimentari, assunzione di quantità eccessive di alimenti con alto contenuto calorico, stile di vita sedentario). 

Perché è così difficile dimagrire, perché e così difficile  mantenere nel tempo il peso raggiunto con fatica?

Uno degli aspetti che viene solitamente sottovalutato nei programmi dietetici è il ruolo giocato dalle credenze distorte e dai pensieri automatici che interferiscono con il processo di regolazione del peso, minando la fiducia e compromettendo la motivazione delle persone. Con la sola dieta le recidive e le probabilità di riguadagnare il peso perso sono frequentissime. Le recidive sono determinate da fattori comportamentali (le restrizioni che portano alla perdita di controllo), non chè  psicologici (la perdita di controllo e la conseguente trasgressione innescano un vortice di senso di colpa, depressione, senso di fallimento, ritorno al cibo), e hanno come risultato l’instaurarsi di convinzioni disfunzionali sempre più radicate in rapporto al numero dei tentativi andati in fumo.

 Se si riescono a cambiare le proprie abitudini alimentari nel breve periodo, poi si torna ai vecchi comportamenti e si ricomincia ad aumentare di peso, a meno che non si producano dei cambiamenti permanenti a livello cognitivo.

 L’Obesità Psicogena rientra fra i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) perché è sostenuta da cause di natura psichica e non da cause mediche di natura endocrina o genetica. Si tratta di un disturbo poco conosciuto, del quale non si parla spesso come invece accade nel caso di altri DCA (Anoressia nervosa e Bulimia nervosa): a volte non è nemmeno riconosciuto come tale, mentre un’adeguata diagnosi è necessaria per impostare un trattamento che non si riveli fallimentare o soggetto a ricadute dopo una fase di iniziale apparente successo terapeutico. 

LE CARATTERISTICHE DELL’OBESITÀ PSICOGENA

La categoria diagnostica dell’Obesità Psicogena non è inclusa nel DSM-V, mentre l’ICD-10 fa riferimento all’”Iperalimentazione psicogena” come forma di ““Iperalimentazione associata con altri disturbi psicologici”, inquadrando il disturbo come obesità dovuta ad iperalimentazione reattiva ad uno o più fattori di stress (obesità reattiva).

Il paziente che soffre di Obesità Psicogena presenta un marcato sovrappeso in assenza di cause mediche che lo giustifichino, ma il suo quadro clinico può presentare comorbilità con altri disturbi psichici (Depressione Maggiore, Disturbi di Personalità, Psicosi). Questi soggetti non sono bulimici: il loro quadro clinico non include le abbuffate tipiche della bulimia, che sono tipicamente limitate nel tempo, accompagnate dalla sensazione di perdere il controllo e seguite dal senso di colpa. Utilizzano invece il cibo come compensazione a fronte di stati d’animo ansiosi o depressivi e, più in generale, di un significativo disagio psicologico.

L’iperalimentazione nell’Obesità Psicogena assume una duplice valenza simbolica in quanto mezzo inconsapevolmente utilizzato come:

- difesa dalle aggressioni esterne, perché la massa adiposa in eccesso forma una barriera protettiva per il soggetto e lo mantiene all’interno di una “corazza” che lo contiene e lo difende dagli altri, e dai sentimenti di vuoto e disvalore, superati illusoriamente riempiendosi di cibo e aumentando il proprio volume (“essere una persona di peso”)

- strumento offensivo di autoaggressione o punizione, in quanto l’iperalimentazione suscita fantasie distruttive (“mangiare fino a scoppiare”) e l’obesità che ne consegue è correlata ad un alto rischio di mortalità e di sviluppo di patologie correlate al sovrappeso.

 

L’accumulo di massa grassa può inoltre configurare simbolicamente una sorta di “ritenzione emotiva”: la persona “accumula” emozioni che non esperisce come tali o che non riesce a fronteggiare.

Il rapporto con il cibo è dunque ambivalente e fortemente regressivo: l’alimentazione è utilizzata per colmare un vuoto, per nascondersi, per rinforzarsi (sviluppando uno strato protettivo esterno) e per autodistruggersi. La personalità dei soggetti affetti da Obesità Psicogena è tipicamente carente dal punto di vista dell’autostima e dello sviluppo di una chiara identità, oltre ad essere deficitaria nell’utilizzo del linguaggio simbolico e nella capacità di distinguere le emozioni, fino all’alessitimia. Queste modalità sono correlate ad una gamma di emozioni e stati d’animo molto differenti fra loro (solitudine,  senso di vuoto, vergogna, senso di colpa, rabbia, paura) oltre che ad un’immagine di sé carente di aspetti positivi e al rifiuto dell’identità adulta sessuata.

DA DOVE NASCE L’OBESITÀ PSICOGENA? ALCUNI IPOTESI

Secondo la Psicologia dello Sviluppo l’obesità affonda le proprie radici nell’infanzia dell’individuo, e in particolare nelle esperienze di nutrizione dei primi anni di vita. Quando la risposta che la madre fornisce a fronte di qualunque malessere del bambino è il cibo, questi crescerà senza essere in grado di distinguere i differenti disagi che prova e imparando a dare a tutto un’unica risposta: mangiare.

L’obeso vive di conseguenza un’importante difficoltà nel riconoscere i bisogni del proprio corpo, affrontando in maniera caotica e confusa qualunque stato di malessere lo colpisca perché non è in grado di distinguere il malessere fisico da quello psicologico. E’ infatti spesso un soggetto alessitimico, incapace di riconoscere e descrivere le proprie emozioni e quelle degli altri. In questo senso è riscontrabile un deficit della sua competenza emotiva che investe anche la relazione con l’altro e la può rendere superficiale per l’incapacità di comprendere emotivamente l’interlocutore (deficit della funzione riflessiva). La risposta di natura “materiale” al disagio infatti allontana il focus dell’attenzione dalle emozioni spostandolo su un piano concreto ed eliminando la possibilità di un’autonoma riflessione sugli stati d’animo e sui vissuti propri e altrui da parte del soggetto.

Da un punto di vista psicoanalitico l’obeso è fissato alla cosiddetta fase orale dello sviluppo psicosessuale (la fase più precoce), e presenta modalità di relazione con il mondo esterno di tipo richiedente e predatorio, caratterizzate dalla ricerca di gratificazione immediata e dalla gestione non matura dell’aggressività che è rivolta alternativamente contro sé stessi, contro il cibo (fatto a pezzi e divorato) e a volte contro gli altri (spesso solo nella fantasia e/o adottando un comportamento passivo-aggressivo, che danneggia gli altri senza che vi sia una manifesta condotta aggressiva).

La gratificazione ottenuta dal cibo può inoltre essere sostitutiva rispetto alla gratificazione sessuale: questa soddisfazione regressiva protegge il soggetto dall’emersione di desideri sessuali che non è pronto a vivere e dal senso di colpa che l’attività sessuale susciterebbe. L’obesità dell’adolescente maschera fisicamente i suoi attributi sessuali realizza l’illusione di un corpo infantile e asessuato.

 

OBESITÀ E ADOLESCENZA

L’iperfagia in adolescenza è considerata un comportamento problematico spesso condiviso dalla famiglia del ragazzo, perché si osserva un aumento del numero di pasti e anche del quantitativo di cibo ingerito, eccedente le reali necessità dell’organismo. La conseguenza della continua ingestione di alimenti è il sovrappeso che diventa tanto più marcato quanto più è carente l’attività fisica che sarebbe necessaria per consumare le calorie assunte. Alcuni considerano l’inattività il disturbo principale dell’adolescente obeso (in rapporto speculare con l’iperattività dell’adolescente anoressico) perché la passività che lo caratterizza è associata a stati d’animo depressivi (noia, senso di vuoto e di inutilità) e ansiosi.

L’assunzione di cibo non porta ad alcuna soddisfazione o senso di sazietà, ma provoca nell’adolescente un senso di fastidio o di colpa per il proprio comportamento sregolato: questa reazione può attenuarsi con il tempo, quando subentra l’assuefazione e l’abitudine al sovrappeso può attenuare il disagio cosciente poiché il sovrappeso è percepito ormai come inevitabile e il malessere è in parte mascherato e compensato da pensieri che sminuiscono la portata del problema (fatalismo, rassegnazione, investimento in altre qualità).

Negli anni l’adolescente obeso presenta una certa stabilità ed è sicuramente preferibile instaurare un trattamento adeguato in giovane età piuttosto che attendere e lasciare che il disturbo di cronicizzi e che le conseguenze sull’autostima e sulla salute fisica divengano più drammatiche e meno gestibili.

 

OBESITÀ E DEPRESSIONE

L’adulto obeso è tipicamente un soggetto depresso che si protegge dall’emersione di sentimenti di vuoto e di colpa utilizzando il cibo.

In genere il disturbo dell’umore emerge sotto forma di noia pervasiva e costante alla quale l’obeso non riesca a dare una risposta differente rispetto al piluccamento di cibo e nel corso della vita aumenta il rischio di sviluppare una Depressione Maggiore o un Disturbo Bipolare.

La struttura fisica ipertrofica che l’obeso sviluppa ha anche una funzione di protezione rispetto all’ansia sulla propria integrità fisica, conferisce solidità e sicurezza e a volte si accompagna ad un Io altrettanto ipertrofico che compensa i sentimenti di disvalore tipici della depressione, che rimangono inconsci.

 

QUALE TRATTAMENTO PER L’OBESITÀ PSICOGENA?

Come gli altri Disturbi del Comportamento Alimentare l’Obesità Psicogena necessita di unintervento multidisciplinare che riguardi gli aspetti sia medici sia psicologici del problema.Trascurare l’importanza della psicoterapia è un grave errore, perché l’attenzione si concentra sugli effetti invece che sulla causa del problema  le ricadute non sono infrequenti quando l’obeso si sottopone ad interventi di by-pass gastrico senza essere preso in carico anche da uno psicologo: questo genere di intervento è parziale e ignora la causa psicologica del disturbo, esponendo il paziente all’emersione dei sentimenti depressivi che l’obesità maschera e trattiene.

La perdita di peso può innescare un calo anche drastico del tono dell’umore e il paziente può divenire francamente depresso oppure può ricominciare ad iperalimentarsi per ritrovare il precedente equilibrio forzosamente mutato. Il bene del paziente consiste infatti nel vederlo “per intero”, nei suoi aspetti fisici e psichici, e nel non frammentare il suo problema in aspetti parziali che da soli non lo giustificano e il cui trattamento isolato non è risolutivo.

Aiutare il paziente obeso a prendere contatto con le sue emozioni e ad imparare a distinguerle e a viverle come tali (e non come malessere fisico) è un obiettivo importante al pari del suo dimagrimento.

Insegnargli a gestire lo stress, la noia e l’ansia in una maniera efficace e costruttiva, alternativa alla sua condotta alimentarie problematica , è il secondo obiettivo fondamentale con questo tipo di pazienti, che permette di interrompere il loop “malessere-mangiare-malessere” che caratterizza la loro esistenza.

E’ infine altrettanto importante prestare attenzione agli aspetti deficitari dell’immagine di sé e dell’autostima che lo caratterizzano per permettergli di costruire un nuovo senso di autoefficacia che alimenti aspettative positive per il suo futuro.

 

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